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Galleria Natale 2016

  Quando compri qualcosa da un artigiano non compri un semplice oggetto,

  compri centinaia di ore, di esperimenti, fallimenti e prove,

  compri giorni, settimane e mesi di frustrazioni momenti di pura gioia.

   Non stai comprando un oggetto, ma un momento della vita di qualcun altro,

   compri dall'artigiano il tempo impiegato per fare quello che è la sua passione e il tuo piacere.

Porto Torres Balai (Feel The Bay - Day Trippers )

 

 

Chi lavora con le sue mani è un lavoratore. Chi lavora con le sue mani e la sua testa è un artigiano. Chi lavora con le sue mani e la sua testa ed il suo cuore è un artista. (San Francesco d’Assisi)

La Sardegna è la regione italiana più ricca di tradizioni e usanze popolari e folcloristiche, nella zona interna più precisamente a Mamojada, in pieno centro della Barbagia di Ollolai, si conserva l'antichissima tradizione dei "mamuthones" e degli "issohadores" uno dei rituali più arcaici, risalenti secondo alcuni studiosi, ad epoca nuragica o prenuragica. I Mamuthones col loro abbigliamento e comportamento svolgono in forma teatrale il loro rituale, che eseguono danzando, imprimendo e trascinando i la gente in una grottesca ed affascinante frenesia. Gli Issohadores hanno altri compiti, sono più signorili quasi moderni, hanno la funzione di protezione e di controllo, quasi a delimitare un recinto nel corteo, sono certamente le figure che hanno subito più di altri le trasformazioni del vestiario, accumulando e assorbendo le modifiche dei costumi. Durante l'esibizione i Mamuthones, sono mediamente dodici, come i dodici mesi dell'anno, si schierano in fila per sei, mentre il numero degli Issohadores è di otto ma può essere superiore La storia dei Mamuthones, e cosparsa da varie ipotesi dagli, tra le più accreditate è quella che accosta l’uomo all’animale, l'abbinamento uomo-animale è determinato anche dal vestire "sas peddhes" mastruca e dai campanacci "sa carriga" di varia misura, (da pecora e da bue) e dal modo in cui vengono eseguiti i movimenti. 

 

Uso del cipresso

Se intendiamo confinare il cipresso all’interno di un diffuso, ma troppo semplice, ambito immaginario cimiteriale compiamo un grave errore. Il nostro stile di vita oggi non si rapporta più in modo continuo con concetti quali la morte e l’immortalità dell’anima, assai più centrali nella concezione del mondo nelle antiche civiltà. Per questa ragione non ritroviamo immediatamente un patrimonio ricco di spunti e di richiami come può succedere per altre piante. Eppure la letteratura dell’antichità è ricca di citazioni che riguardano il cipresso.

Quando si parla di legni pregiati, di essenze particolarmente dure e durevoli citiamo troppo spesso alberi esotici dimenticando che anche fra i nostri annoveriamo esempi mirabili.

Il cipresso è fra questi.

Così durevole, così incorruttibile, così affidabile che il Signore stesso ordinò a Noè nel Libro della Genesi: “Fatti un’arca di legno di cipresso”.

All’olivo spettò l’onore di annunciare il ritiro delle acque ed il ritorno della vita sulla terra, ma il compito di salvare quella vita fu affidato soltanto al cipresso. Nessuno fra gli altri legni fu considerato all’altezza di superare una prova così ardua.

“Invece di spine cresceranno cipressi” annunciavano i profeti.

Il nostro cipresso è un figlio adottivo

Anche il cipresso, come molti altri alberi, arriva dall’oriente. Originario dell’Asia ha progressivamente esteso il suo areale di espansione verso l’Europa orientale ed il bacino del Mediterraneo divenendo albero pienamente adattato, parte integrale del paesaggio e della cultura dei popoli che attorno gravitavano e gravitano tutt’oggi. Cresce spontaneo nel nord dell’Iran, nell’Afganistan, nell’India settentrionale ed anche in Cina.

La Toscana come Delfi non sono pensabili senza i loro cipressi che da lontano si stagliano contro il cielo e contribuiscono a rendere uniche certe atmosfere.

Il nome latino “cupressus” deriva dal greco “cuparissos”, ma questo termine è preellenico e più precisamente cretese. Greci e romani pensavano che il cipresso fosse originario di quest’isola per via degli splendidi esemplari che ornano le pendici del monte Ida.

Un legno pregiato, ma poco conosciuto

Il legno di cipresso è caratterizzato da un colore giallognolo bruniccio con durame bruno più scuro ed a contorno irregolare. Privo di canali resiniferi, ha un forte profumo conferitogli dagli oli eterei contenuti che si trovano nella resina confinata nello strato della corteccia.

Presenta una tessitura molto fine con fibratura poco regolare per l’accentuata e grossa nodosità.

Il maggior pregio è la durabilità ottima anche in ambienti umidi o all’esterno.

Indicato per infissi esterni, per costruzioni navali, per lavori di artigianato, e per mobili destinati a conservare per lunghi periodi abiti e tessuti da corredo per la capacità di allontanare insetti e parassiti. In oriente ha un uso specifico per i soffitti delle case e per la componente di legno delle campane eoliche così diffuse in Giappone.

La coltivazione del cipresso

Il consumo nazionale di legno di cipresso è coperto dalla produzione nazionale. I tronchi di cipresso, la crescita è spesso lenta, sono commercializzati anche a diametro ridotto. E’ coltivato in filari, boschetti e qualche bosco concentrati per la maggior parte nelle provincie di Firenze e Prato.

La coltivazione permette di sfruttare, investire e valorizzare terreni scadenti e calcarei.

L’unica avvertenza è il freddo eccessivo che miete spesso molte vittime.

Il cipresso dell’Arizona è più resistente alle basse temperature, ma fornisce un legno meno pregiato.

Il cipresso è utile come pianta pioniera nei terreni privi di humus, come frangivento e, in passato, ma ancor oggi come riferimento, come termine di confine.

Segnava gli incroci delle strade, fiancheggiava i viali d’ingresso di abitazioni di rilievo, ai lati della casa, più semplicemente, era augurio di una lunga vita.

L’uso nell’antichità

Nei tempi passati il legno di cipresso aveva usi specifici sempre ricollegabili sia alle sue caratteristiche di grande durabilità sia al suo valore simbolico di pianta immortale legata tanto alla vita come alla morte. Le porte dei templi, le statue lignee, i sarcofagi e le bare di personaggi importanti presso gli antichi; gli strumenti musicali come i clavicembali in tempi più recenti.

Oltre all’Arca di Noè erano di legno di cipresso la flotta del grande Alessandro e le navi di Nemi.

La freccia dell’arco di Eros, lo scettro di Zeus e la clava di Ercole completano, fra mito e realtà, l’elenco degli impieghi possibili.

Cipresso simbolo di vita

In tutte le culture del passato il fuoco è sempre stato associato alla luce e quindi alla vita, all’essenza dell’immortalità e questo aspetto può essere ravvisato in molte delle prime divinità e personificazioni maschili degli antichi pantheon. I persiani, adoratori del fuoco, ritenevano il cipresso pianta sacra da coltivare in prossimità dei templi: la sua forma slanciata ricordava, infatti, la fiamma. Primo albero del paradiso: lo chiamavano.

Proprio la forma del cipresso lo ricollega al valore della vita, ma, in altre culture, per ragioni diverse. Per gli antichi romani la sua forma vagamente fallica lo indicava quale simbolo di fertilità. Era usanza porre a guardia delle terre coltivate, campi, giardini, vigne, statue di Priapo intagliate nel legno di cipresso.

Per la stessa ragione si piantava, in forma augurale, un cipresso per ogni figlia femmina nata.

Il poeta Catullo, famoso per le sue liriche amorose, annovera il cipresso fra gli alberi che gli sposi erano soliti ricevere in dono a conferma del suo valore simbolico riconducibile al perpetuarsi della vita.

Nella tradizione novellistica dell’area mediorientale era simbolo dell’amante che si accompagnava e contrapponeva per la figura femminile alla rosa. Questa valenza, del tutto perduta in occidente, si è mantenuta viva in oriente dove il valore simbolico delle piante fa ancora parte della cultura comune.

Come sempreverde era considerato simbolo di vita, ma più ancora lo era per l’estrema longevità. Raggiunge e supera i cinquecento anni e fonti documentate testimoniano di esemplari millenari. Nel nord Africa esemplari di Cupressus duprezania raggiungerebbero, secondo attuali valutazioni, la rispettabile età di 4.000 anni.

Cipresso simbolo di morte

La valenza simbolica del cipresso ha radici antichissime, più recente è l’associazione con il simbolismo funerario. Tutto parte con i poeti Latini che ripresero il mito greco che fino a quel momento era rimasto letteratura soltanto.

Ovidio, acrobata della parola e finissimo poeta, nelle sue “Metamorfosi” narra di Ciparisso e del suo fantastico cervo dalle corna d’oro. Un gioco crudele del destino, come il mito greco spesso ci ha insegnato, pose fine a quell’amicizia. Un giavellotto lanciato per gioco trafisse il cervo che sdraiato nell’erba alta era nascosto alla vista.

Deciso a morire per seguire il compagno di una vita fatta di giochi, Ciparisso eluse l’intervento di Apollo accorso a consolarlo e, come aveva chiesto, fu trasformato in un cipresso a simboleggiare un lutto eterno.

Attraverso altri miti (la metamorfosi delle figlie di Etocle) e altri usi (secondo Terenzio Varrone i rami erano impiegati nella cremazione), attraverso i versi di altri poeti (Virgilio che lo considerava un albero cupo) e l’interpretazione di epoche successive (il Marino lo usò come monito contro un eccessivo amore delle cose terrene), giungiamo a quella che resta la più sentita riflessione sulla morte in cui il cipresso compare.

Lo ricorderemo in molti per averlo studiato sui banchi di scuola, forse più soffrendolo che apprezzandolo, l’irrequieto Foscolo e i suoi Sepolcri: All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro? 

Le leggende di San Francesco         

Due sono le leggende che legano il cipresso al più popolare dei santi italiani. San Francesco nell’anno 1213, vicino Forlì, accortosi che uno dei pezzi di legno del fuoco di bivacco non bruciava lo allontanò dal braciere e lo mise sottoterra con le parole “Se proprio non vuoi bruciare, ritorna a vivere.” Da quel tronchetto nacque il cipresso che ancor oggi si trova presso il convento di Santa Croce.

Due anni più tardi, secondo un’altra leggenda, il santo fondò il convento di Villa Verrucchio attorno ad un ramo di cipresso piantato al centro del futuro chiostro. Il ramo che avrebbe radicato, e vive ancora dopo quasi quattrocento anni, era stato un dono di commiato a Francesco dalla famiglia Leonardi.

L’uso delle galbule

La fortuna del cipresso come pianta medicamentosa è antichissima. Le prime tracce si ritrovano in un testo assiro databile intorno a 3500 anni fa, ma fu la diffusione dei testi di Dioscoride che ne trattavano ampiamente a rilanciare il suo impiego dal medioevo in poi.

La parte impiegata sono i frutti, quelle che potremmo chiamare le pigne del cipresso, meglio dette galbule. I principi attivi contenuti sono attivi sulle stasi venose e nelle tossi spasmodiche con dispnea.

Molto più semplicemente potete impiegare i rametti di cipresso carichi di galbule per splendide decorazioni natalizie. Il riflesso argentato consente di non ricorrere a colorazioni aggiuntive e creano un contrasto assai riuscito con elemento di verde più deciso come quello dell’abete. Una volta fissati con ferretti verdi da fioraio basterà aggiungere un bel fiocco e qualche pigna raccolta al momento opportuno, perfette quelle del pino strobo, un rametto con i rossi cinorrodi della rosa canina, o le bacche tolte alla siepe di piracanta, per riuscire a confezionare un mazzo augurale da appendere alla porta o al muro esterno di casa. Con una spesa contenuta e con una non trascurabile soddisfazione personale.

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Piccola riflessione.

Ultimamente è tutto un pullulare di articoli, sui giornali locali e sui blog, di critiche verso la Sardegna espresse da turisti che ci sono appena stati, o che "ci vengono da anni, ma".
Si denuncia in particolare una sorta di mancanza di servizi di base, come il wi fi, il bancomat e l'incapacità, a detta loro, di innovarsi e di stare al passo, unitamente al fatto che, sempre a detta dei suddetti turisti sia cara, troppo cara.

Caro turista, mi permetto di risponderti in ordine sparso:

- Si, hai ragione. La Sardegna è cara. E' soprattutto molto caro venirci, vista la gestione disastrosa dei trasporti di cui siamo tutti schiavi, noi sardi più di te, credimi. Con quello che si spende per il solo viaggio in Grecia fai due settimane tutto compreso. Eppure tu hai scelto di venire qui, e di questa fiducia ti ringrazio. E voglio dirti anche che al di là del viaggio vivere in Sardegna non è affatto costoso; basta scegliere le mete. Vuoi la Costa Smeralda, caro turista? E allora non lamentarti. Ma sappi che scegliere la Costa Smeralda significa non scegliere la Sardegna, ma un lembo di terra venduta agli arabi nel quale è stato costruito un bel parco di divertimenti che niente ha a che fare con la nostra cultura e il nostro territorio. E' un'altra cosa. E' come andare a Disneyland ed essere convinti di aver visitato la Francia; non, mon ami.
Ci sono altre zone meravigliose dove gli alloggi e il costo della vita sono molto più accessibili e i servizi sono addirittura maggiori. La scelta sta a te: su booking e su tutti i siti di prenotazione alberghiera le opzioni non mancano. Scegli tu il prezzo.
E' ancora troppo caro? La Grecia, la Puglia, la Croazia hanno un mare bellissimo. Sarà per la prossima volta, dai. Che fare le nozze coi fichi secchi è sempre brutta, come cosa. Non devi venire in Sardegna per forza. Ripeti con me: non devi venire in Sardegna per forza.

-Siamo, fondamentalmente, un po' coglioni.
E non sai quanto mi secchi doverlo ammettere ogni volta. Ma è la verità, e non mi viene nessun altro sinonimo per definire un popolo che ha svenduto una parte della sua terra a un manipolo di riccastri e che è sempre stato incapace di renderla un motore della propria economia. Si incomincia a vedere qualche progresso adesso, ma paghiamo ancora un conto salato per la nostra stupidità del passato.

- Non c'è il wi-fi.
Cazzofiga, e sei ancora qui a raccontarlo?! Come hai fatto a sopravvivere?!
Scherzi a parte, il wi-fi c'è eccome, spesso è addirittura offerto gratuitamente dai comuni (ho visto paesi minuscoli, l'ultimo si chiama Cossoine, mille abitanti forse, che ha il wifi libero su tutto il territorio cittadino. Cioè tu stai li, a berti l'Ichnusa davanti a un murale e nel frattempo chatti col tuo amico che sta a Tokyo. Gratis).
Di recente la mia compagna si è connessa in wi fi da un chiosco nel bel mezzo del nulla, nella Penisola del Sinis (hai presente, quel posto dove ultimamente va di moda rubare la sabbia di quarzo).
E' pieno di hotspot wi-fi, nei bar, nelle strutture alberghiere, più o meno ovunque. Secondariamente ti dico, in amicizia, che se davanti a Capo Caccia, alle Bocche di Bonifacio, alla gola di Gorropu o al Pan di Zucchero di Masua il tuo UNICO pensiero è quello di connetterti in wi-fi per usare Facebook o WhatsApp, probabilmente c'è qualcosa che non va "a monte". C'è proprio un rapporto sbagliato fra te e la Sardegna. Non vi siete capiti. Se non riesci a contemplare la natura che offre, a rispettare i silenzi, le pause, a cogliere i momenti giusti, beh forse scusami, ma non è la destinazione giusta per te. L'importante è saperlo (e dirlo, via wi-fi, alle persone a cui tieni).

-Non ci sono i bancomat.
Certo. E in compenso ci sono perfidi rapitori che assaltano le diligenze, solitari suonatori di launeddas in equilibrio sulle rocce secolari, e buffi uomini bassi che costruiscono nuraghi.
Eja.
Credici.
La verità è che siamo pieni di bancomat, ma per trovarli, o quantomeno per trovarne più di uno, forse dovresti uscire di mezzo kilometro dal villaggetto di 10 anime in cui alloggi, che chiaramente non può essere attrezzato in tutto e per tutto. Abbiamo, fuori dai villaggi vacanze, anche degli altri posti che si chiamano "città" dove, non ci crederai, c'è tutto. Non serve andare a Cagliari, Sassari e nei capoluoghi; bastano anche cittadine più piccole e sicuramente più vicine al posto dove stai. C'è tutto, fidati.

-Non sappiamo stare al passo.
Al passo di CHI?, mi vien voglia di chiederti; e te lo chiedo al di là di tutte le questioni di orgoglio che noi sardi siamo tanto bravi a metter fuori ogni volta. Al passo di chi dovremmo stare? Di Rimini, Riccione, della Puglia o della Croazia?
Mettiamoci d'accordo; ogni regione ha le sue peculiarità e le sue caratteristiche, i suoi pregi e difetti. Noi siamo così. Abbiamo ritmi di vita lenti, spiagge non attrezzate, meno servizi rispetto a certe altre zone del Paese, ma in fondo CI PIACE essere così. Un po' selvaggi, difficili da raggiungere, ma con un patrimonio naturale unico al mondo.
Da noi non troverai mai le spiagge attrezzate con i bagni, le passerelle, l'animazione e l'AcquaGym. Non troverai le megadiscoteche della Riviera Romagnola né la movida un po' modaiola del Salento. Troverai però un mondo affascinante, se vorrai cercarlo. E silenzi, pace, convivialità, ottimo cibo, sguardi sinceri e piccoli paradisi che bisogna guardare con la giusta predisposizione d'animo.
Altrimenti davvero, questo "matrimonio non s'ha da fare".
Senza rancori.
Il mondo è grande e di certo troverai il posto che fa per te. Mandaci un messaggio su WhatsApp, quando l'avrai trovato. Che da lì, di sicuro, il Wi-fi funzionerà benissimo. :)

Con ironia,
un sardo

Questa riflessione è il pensiero di un sardo che la pensa come tutti i sardi! Notte e sogni d'oro!


 

 

INFO. SU IL CIPRESSO E GINEPRO

Piante simbolo di vita e di morte

Cipresso e ginepro appartengono alla stessa famiglia, quella delle Cupressacee.

L'uno, il cipresso, che cresce in pianura o in collina, è un albero dalla forma tipica a fiamma ed è presente nel nostro paese sin dall'antichità. L'altro, il ginepro, è un arbusto di montagna che produce bacche dall'aroma inconfondibile

Il cipresso, un albero sacro

Il cipresso è un albero molto longevo ‒ può vivere infatti sino a duemila anni ‒ la forma della sua chioma sempreverde ricorda quella di una fiamma e il legno è resistente e profumato. Forse sono state queste caratteristiche a fare del cipresso, Cupressus sempervirens, un simbolo di vita e di morte e a renderlo sacro presso gli antichi popoli del Mediterraneo.

L'albero è originario dei paesi mediterranei orientali, ma nel corso del tempo, per il suo aspetto statuario e per la sua utilità, si è diffuso in tutta l'area sudeuropea. In Italia, per esempio, è un elemento inconfondibile del paesaggio delle nostre regioni centrali, della Toscana in primo luogo. Si trova nei cimiteri, per abbellire i parchi, isolato in campagna a segnalare un bivio o i limiti di un podere, e in file ordinate ai bordi dei viali delle ville o delle antiche case rurali.

Appartiene alla famiglia delle Cupressacee, sottoclasse delle Conifere, il cui tronco si ramifica sin dalla base e la corteccia grigio cenere presenta lunghe fessure verticali. Le foglie sono squamose, ben aderenti all'asse vegetativo, i fiori sono a sessi separati. Quelli maschili formano numerosi rametti isolati, gli amenti, in primavera carichi di polline che il vento trasporta a fecondare i fiori femminili. Questi ultimi sono pigne lignificate, gli strobili, di forma globosa, che danno origine al frutto, la galbula, contenente semi piccoli e rossicci.

Il cipresso esiste in due varietà: una è la varietà horizontalis , detta comunemente cipresso femmina, dalla chioma irregolare e piuttosto aperta; l'altra, la pyramidalis, è nota come cipresso maschio; dalla chioma affusolata e aderente al fusto, ed è la forma preferita nella coltivazione. Il legno di quest'albero viene usato per fare cassapanche e armadi, perché profumato e tarmicida.

L'irsuto ginepro

Alle nostre latitudini si trova lo Juniperus communis, che appartiene, come il cipresso, alla famiglia delle Cupressacee, sottoclasse Conifere. Cresce nei boschi di media altitudine, si trova oltre i 2.000 m sulle Alpi ma anche nella zona polare, con la sottospecie nana, dall'andamento prostrato e strisciante.

I suoi arbusti, alti da 1 a 2 m, danno il nome, in senso figurato, a situazioni difficili e intricate: "È un bel ginepraio!" si dice per indicare qualcosa di molto complicato e astruso. In effetti il ginepro forma fitti cespugli contorti e spinosi, "dall'aspetto privo di grazia" come scrisse il naturalista latino Plinio, dalle brevi foglie aghiformi disposte a verticilli ternati, cioè tre a tre.

Il ginepro è una pianta a sessi separati: esiste il ginepro femmina che porta il fiore femminile, una piccola pigna dalle foglie squamose, e il ginepro maschio con i fiori che portano il polline. I frutti, galbule carnose dette coccole, una volte maturati diventano di colore bluastro e assumono un caratteristico profumo aromatico. Il loro odore confonde i cani da caccia che non riescono più a scovare la piccola selvaggina che si mette al riparo nascondendosi tra i rami di questa pianta.

Un tempo le bacche di ginepro venivano polverizzate e mischiate al pepe, allora spezie preziosissima. Oggi le bacche si utilizzano per aromatizzare molte acquaviti di cereali che danno il superalcolico gin, che prende il nome proprio dalla pianta.

Il ginepro nella tradizione

Presso gli antichi Greci il ginepro era sacro alle divinità degli Inferi che si cercava di placare con il profumo particolare sprigionato dalla combustione della pianta.

Secondo un'antica tradizione cristiana, la Sacra Famiglia, durante la fuga in Egitto, trovò scampo dai soldati di Erode rifugiandosi tra i rami di un cespuglio di ginepro.

Fonti medievali riportano che la Croce di Cristo fu fatta con legno di ginepro. Per questo nel passato, la domenica delle Palme rametti della pianta venivano benedetti insieme a quelli dell'olivo e custoditi nelle case come portafortuna.